Quando gli uomini dovrebbero imparare dai cani: L’isola dei Cani di Wes Anderson

Quando gli uomini dovrebbero imparare dai cani: L’isola dei Cani di Wes Anderson

In uno mondo lontano – ma neanche troppo – ovvero in Giappone nel 2038, il sindaco dispotico Kobayashi decide di espellere dal paese tutti i cani a causa di un’epidemia canina che si sta propagando tra di loro e che sembra possa infettare anche gli umani. Così tutti i cani verranno portati sull’isola del trash ovvero della spazzatura che ben presto diventa l’Isola dei cani.

Al Festival internazionale del cinema di Berlino 2018 è stato presentato L’Isola dei Cani  di Wes Anderson che si  è aggiudicato l’Orso d’argento come migliore regista, realizzando un film d’ animazione che ha tutte le credenziali per essere una vera pellicola cinematografica. I protagonisti sono dei cani, non ricreati al computer ma sono veri e propri pupazzi e la città in cui vivono è un plastico realizzato alla perfezione.

I cani, allontanati di forza dalla loro vita e dai loro comfort – chi mangiava cibo prelibato, chi faceva la toletta tutti i giorni e chi un check-up completo l’anno – si ritrovano deperiti, sporchi e trascurati, costretti a fare leva solo sulle loro forze di gruppo e a cacciare cibo insieme. I cani parlano la nostra lingua (nella versione originale inglese) e gli umani giapponese. La peculiarità è che gli uomini non vengono tradotti, quindi lo spettatore (a meno che non parli giapponese) non li capisce, proprio come fanno gli animali. Ad essere tradotti simultaneamente da un interprete, esattamente come avviene ad incontri politici, sono solo i discorsi più significativi del sindaco autoritario.

Così ci ritroviamo a vivere la realtà umana attraverso gli occhi e le preoccupazioni dei cani che riusciamo qui a comprendere come mai prima. Anderson ci catapulta in una realtà canina in cui gli strani e i cattivi sono proprio gli esseri umani che agiscono con stratagemmi, sete di potere e corruzione. Solo il nipotino del sindaco, Atari Kobayashi, e alcuni giovani studenti crederanno alla malafede della mancanza di cura per questa epidemia e si metteranno dalla parte dei cani. Significativo il fatto che sia un bambino e degli adolescenti a lottare per gli animali a quattro zampe, segno di una generazione pura, genuina e mossa da buoni intenti, proprio come i cani.

Gli animali protagonisti hanno caratteristiche umane, parlano, chiacchierano di gossip, hanno simpatie e antipatie e cercano di risolvere i problemi di convivenza con regole di civiltà, in sostanza sono molto più umani di noi. Con questo film toccante e profondo il regista vuole portare attenzione, non solo sulla sensibilità – troppe volte sottovalutata –  degli animali ma su quanto l’uomo sia diventato più primordiale, feroce e irrazionale di quelle che l’uomo è solito chiamare bestie. L’umanizzazione dei cani è sottolineata da escomatoge cinematografici che evidenziano come i cani siano veri attori: il direct adress, ovvero il parlare diritto in macchina ad un pubblico, close-ups sui volti degli animali o riprese dall’alto.

I cani parlano al pubblico, raccontano la loro storia per ricordarci come eravamo e come siamo diventati. Grazie all’uso di soggettive vediamo il mondo attraverso gli occhi di questi protagonisti, che tutto sono meno che animali, nel senso più primordiale del termine. Wes Anderson realizza un film non solo è ben fatto a livello registico, drammaturgico e tecnico (i cani, gli umani e gli ambienti sono creati con grande attenzione ai dettagli) ma riesce a racchiudere in una perfezione di estetica e di esecuzione tanta emozione. Un film per far ricordare agli adulti che si può essere migliori, partendo proprio dall’essere più cani (sinceri, empatici e leali) e meno uomini.

Giordana Marsilio

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