Favola: la recensione del film di Sebastiano Mauri con Filippo Timi

Luglio  2018 / 7 No Comments

Possono i colori di una favola fare a gara con le brutture della realtà? Può, cioè, la forza dell’amore – per qualsiasi sesso, senza alcuna discriminazione e differenza – combattere il pregiudizio altrui? Se lo chiede Sebastiano Mauri portando sullo schermo Favola, opera scritta e interpretata da Filippo Timi con Laura Mascino.

Favola

Tempi difficili questi per l’amore. Quello in cui viviamo è infatti un momento storico in cui i sentimenti vengono ancora usati come metro di giudizio per condannare o elogiare gli altri, e un diritto così primario e strenuamente difeso come la libertà di amare viene ora violato. Non bastano più bandiere arcobaleno per far sentire la propria voce. Non bastano più gli slogan o le copertine di riviste. C’è bisogno di una rivoluzione capace di sovvertire questo terrore innaturale per il “diverso” (diverso da chi poi?) e il mondo transmediale del cinema e della televisione, specchi parlanti di un’intera società, sono i perfetti difensori dei diritti lgbt. Anno dopo anno, entrambi questi universi hanno scavato una trincea da cui, chi in maniera più sottile e implicita, chi correndo a perdifiato, hanno lanciato il proprio messaggio di uguaglianza e di lotta alla discriminazione. Favola di Sebastiano Mauri, con protagonisti Filippo Timi e Lucia Mascino, non poteva scegliere un momento migliore per uscire al cinema, seppur per un periodo limitato. I colori accesi delle bandiere arcobaleno stanno sbiadendo dinnanzi al nero dell’odio. Il mondo di Mrs. Fairytale, così acceso e opulento, è un ultimo grido di sfida all’indole becera dell’umanità e a un perbenismo bigotto borghese dilagante e impagliato in un’ottica arcaica, proprio come impagliato è l’amato barboncino Lady.

Favola affonda le proprie radici creative sull’omonima pièce teatrale, scritta e diretta dallo stesso Timi dal 2011. La “favola” che presta il proprio nome al titolo è sia quella della protagonista (in inglese “fairytale” vuol dire per l’appunto “favola”) sia al tipo di esistenza che la donna si allude di vivere prima con il marito, e poi con la sua cara amica Mrs. Emerald. Nell’America patinata degli anni Cinquanta, quella di Mrs Fairytale è una vita apparentemente perfetta. La sua casa, il suo giardino, la sua esistenza sono predisposte a seguire un ordine ben preciso. Nulla viene lasciato al caso. Ed è proprio quando un sentimento come l’amore prenderà il sopravvento, facendo sì che la routine quotidiana della protagonista esca dai confini dell’ordinarietà, che il castello di carta costruito da Fairytale crollerà. Da casalinga e consorte sottomessa alla violenza del marito, le carezze e le attenzioni rivoltale dalla sua cara amica sveglieranno in lei un’indole maschile forzatamente repressa, lasciando che la straordinarietà dell’amore liberi per sempre la (stra)ordinarietà del proprio corpo.

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Il retaggio teatrale investe e influenza tutta la messa in scena del film. L’unicità dello spazio d’azione è direttamente collegabile all’impianto teatrale da cui discende, vestendosi nella versione cinematografica, di una componente simbolica quanto mai necessaria e conforme al mondo rappresentato. Mrs. Fairytale vive in una sorta di gabbia dorata, da cui non può e non vuole – seppur solo inizialmente – uscire. La donna si nutre ormai della consapevolezza che quella in cui si ritrova a vivere è la perfetta proiezione delle sue fantasie e necessità. tutto è pulito, ordinato ed estremamente  colorato. È solo nel momento in cui comprende che l’amore vero è quello che prova per la sua fedele amica, e non per suo marito, che nasce in lei il desiderio di uscire di casa e scappare via. Tutto nel mondo di fairytale è inoltre esacerbato ed estremamente esaltato. I colori sono saturati, la mimica attoriale caricata – senza per questo scadere nella pantomima o nel ridicolo – la fotografia pastello enfatizzata cromaticamente, perfino la pronuncia della “Z” da parte di Timi è inspiegabilmente sottolineata. Si tratta di un sovraccaricamento generale che, anche una volta estrapolata dal suo contesto teatrale di origine, non stride con quello cinematografico. Esso sta cioe a sottolineare la natura artifizia e finzionale del mondo di Fairytale, pronta a deflagrare quando la componente reale inizia a far capolino. E allora tutto perderà colore, si farà cinereo, nell’attesa che un bagliore di libertà ritorni a splendere sulla vita della protagonista.

Se il film di Mauri è una favola di nome e di fatto, il vero punto di forza di tale opera è costituito dalle prove attoriali dei propri interpreti. Tra Filippo Timi e Lucia Mascino scorre un’alchimia perfetta. L’attore perugino, inoltre, si conferma ancora una volta uno dei migliori e più istrionici interpreti italiani in circolazione. La sua Mrs. Fairytale non ha nulla da invidiare alla Carol Aird di Cate Blanchett nel film di Todd Haynes. Perfino quando è sull’orlo dell’ovracting Timi riesce a rientrare in carreggiata, evitando un frontale attoriale con il rischio della caricatura e della macchietta. Se vi è un punto debole in tutto il film, questo è da ritrovarsi nel modo in cui viene gestita la sequenza – importantissima dal punto di vista narrativo –  del confronto verbale e fisico tra Stan e Fairytale. Il regista decide innanzitutto di mostrarci il volto del marito (cosa che non accadeva a teatro) privando così lo spettatore del suo lavoro immaginifico e di creazione di tensione. Allo stesso tempo, concentrandosi troppo sullo svolgimento di tale scena, Mauri dilata a dismisura il tempo dell’intreccio, finendo così da una parte a ritardare il raggiungimento del climax narrativo, e dall’altra a depotenziare la suspense spettatoriale. Per il resto Favola si presenta come un film importante e quanto mai necessario in un periodo come questo, nella speranza che i colori dell’arcobaleno tornino a brillare ancora e l’amore torni a trionfare.

Elisa Torsiello



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